UNA LEZIONE DEL MAESTRO YZE
Il maestro Yze:
«Il dio Diòniso e un efebo […] sono distesi su un drappo di marmo.
Il profilo e il dorso ignudi, la torsione del busto
hanno il rigore marmoreo della carne. Il ronzio del sonno
abita le fessure degli occhi e la nitida linea
del mento.
L’attimo che segue la resezione della veglia dal sonno
e il sonno eterno dal sonno, prima della tellurica
resurrezione. Il riposo irreale».
Un sofista:
«Io non vedo altro che un blocco di lucido marmo
– il profilo di due efebi coricati nel lenzuolo –
che rivela uno scompiglio di linee, e un incerto profilo
quasi diafano. La linea del collo – attaccata alla prima vertebra
della spina dorsale – riappare sotto la gola,
risale il mento nitido, segue l’incarnato delle belle labbra
e il moto delle narici…
lontano come il ronzio d’un elicottero.
Così, il fantasma della vita abita la superficie del marmo.
Freddo paradigma dell’idea».
Risposta del maestro Yze:
«Ciò che abita il marmo in linee sottili
e nel marmo affiora non è il bacio di grassi putti,
sono i gemelli degli dei Dioniso e Ganimede
attaccati per la fronte nel metopago
che un dio oscuro in eterno ha conflitto…
Là dove risuona il fragore del mondo,
la Bellezza – traccia della mutilazione –
come un lacchè servile fa anticamera».
