Nel rispetto del cielo – Paolo Ottaviani

Progemino II
Al batter dei miei palpiti una creta
fendo e plasmo con l’arte che modella
lingua e materia che inventa poeta,
poi come quando d’improvviso gemma
mandorlo bianco, primo fior dell’anno,
bella magia risolve dilemma:
primizia viva di lingua vetusta,
primizia morta di lingua novella,
rammenta corda, biforcuta frusta,
che taglia nelle carni ed apre al sole
sentieri nuovi alla parola spenta
e rifugge con balzi le tagliole,
come la volpe nei prati d’inverno
teneramente affonda nella neve,
torna a saltare, s’arresta e materno
alza l’istinto, per rabbiosa fame
drizza la coda e annusa la tana
dove ritroverà solo fogliame.
Dal vespro all’alba la lingua sabina
nell’ansietà del sogno e della veglia
si frantuma e risuona eco a mattina,
scintilla che risale dal profondo,
oscuro desiderio di intonare
diafano canto, gemino e giocondo,
scintilla forse più bella di Venere,
caldo stupore che già si nasconde
tra la minuta, polverosa cenere,
scintilla che tra le spire fiorisce,
di sua sola luce tutta splende,
muove col vento e nel nulla perisce.

(Uomini e storia)
I
Chi disse: “è bello
morire per la patria”
era un apolide.
II
Grida di schiavi
sotto la luce ardente
d’un reo silenzio.
III
Nel buio vortice
la libertà sorrise
alla paura.
IV
La luna corre
tra le nuvole bianche
siede un pastore.
V
L’aeroplano
vola il vulcano dorme
la terra aspetta.
VI
Sorgi la sera
e di un vago pastore
poi t’innamori?
VII
Virtù suprema
sapersi puro sasso,
cenere spenta.
VIII
Sabbia africana
arrossa cieli e strade.
Scirocco e sangue.
IX
Respinte o accolte
le nubi clandestine
alle dogane?
X
L’agnello all’erba
intento sa dell’aquila
solo l’artiglio.
XI
Canto di morte.
Piangi cicala e canta.
Tutti si muore.
XII
L’uva è matura.
Ma qual altro pensiero
sfama la volpe?