L’arsura di Maggio – Benito Galilea

Sui tratturi della mia terra risuonano
passi di transumanza di fine stagione,
l’inverno ostinatamente vigile dietro le ginestre.

Qui anche la nostra ora ascolta il cuore
trafitto da pensieri soli; e ci lascia
come un violino spento nella notte.

Fratelli giungono da vicoli arrossati
perduti nel tempo. E’ già l’ora.
Qua e là un rigurgito di cielo imbronciato,
l’addio della fanciulla dalle gote d’oro.

E ce ne andiamo, voi ed io, trepidi di rabbia
a piantare ulivi nelle serre, qualche volta
con le braccia ai fianchi, qualche volta
col pallore d’ombra dei canneti.
Sotto di noi l’accenno della luce:
mare e paesi e vigne mangiati dalle frane,
un bitorzolo d’argilla rossa come la malaria
diffusa da un niente pellegrino dentro di noi.

E saremo sangue con le macerie sulle spalle,
l’ultima presenza a ritardare il sonno
prima che l’acqua dei fiumi arrivi al grano
che l’arsura di maggio muterà in gramigna.

Dalle grondaie alle immediate vicinanze
della piazza dove un tempo i terroni sputavano
insieme vino e sangue, rimane ancora spazio
di verde alla brigata d’amici che ci sopravvive.