Esce sul suo cocchio primordiale
Dal ventre ancora umido del bosco
Quando rintocca l’ascia,
Consacrata
Con la zappa e la bisaccia.
Non dimentico della eterna promessa
Al martire
Rinverdisce la tremula foglia,
il sacro voto
dell’aurea ginestra.
Lontano è il risentimento furioso del gelo
Che inarida il maggese
Ora che il bue incorna fedi nuziali
E attende
L’abbraccio immortale del papavero e del croco.
Inanellandosi verso l’alto,
le bocche traboccano di vermiglio
quando il fragore dell’argano
si innalza
dalla voragine temporale.
Sulle lancette di Eros e Thanatos e
sulle tacche degli acrobati,
cosparso di miele il fustagno,
trattengono
il pianto delle madri che abbracciano Core.
