Sui tratturi della mia terra risuonano
passi di transumanza di fine stagione,
l’inverno ostinatamente vigile dietro le ginestre.
Qui anche la nostra ora ascolta il cuore
trafitto da pensieri soli; e ci lascia
come un violino spento nella notte.
Fratelli giungono da vicoli arrossati
perduti nel tempo. E’ già l’ora.
Qua e là un rigurgito di cielo imbronciato,
l’addio della fanciulla dalle gote d’oro.
E ce ne andiamo, voi ed io, trepidi di rabbia
a piantare ulivi nelle serre, qualche volta
con le braccia ai fianchi, qualche volta
col pallore d’ombra dei canneti.
Sotto di noi l’accenno della luce:
mare e paesi e vigne mangiati dalle frane,
un bitorzolo d’argilla rossa come la malaria
diffusa da un niente pellegrino dentro di noi.
E saremo sangue con le macerie sulle spalle,
l’ultima presenza a ritardare il sonno
prima che l’acqua dei fiumi arrivi al grano
che l’arsura di maggio muterà in gramigna.
Dalle grondaie alle immediate vicinanze
della piazza dove un tempo i terroni sputavano
insieme vino e sangue, rimane ancora spazio
di verde alla brigata d’amici che ci sopravvive.
